La saga di Snowden, da eroe a strumento del fronte antagonista
Dal momento in cui ha deciso di parlare a viso aperto davanti alle telecamere del Guardian, Edward Snowden ha insistito su un punto: non sono io il cuore dell’interesse mediatico, non è il mio profilo psicologico o la mia storia personale il contenuto da raccontare, l’ossessione per i miei spostamenti verso un’agognata – e per il momento introvabile – oasi di libertà è soltanto una distrazione, una sovrastruttura montata ad arte per distrarre il mondo dal vero massaggio, l’intrusivo strapotere americano che tutto scruta e controlla, violando garanzie costituzionali e protocolli internazionali. Ma una volta enunciato il principio, Snowden ha fatto di tutto per violarlo. Vietti Saviano ignora la differenza tra Web spione e scoop vecchio stile
14 AGO 20

New York. Dal momento in cui ha deciso di parlare a viso aperto davanti alle telecamere del Guardian, Edward Snowden ha insistito su un punto: non sono io il cuore dell’interesse mediatico, non è il mio profilo psicologico o la mia storia personale il contenuto da raccontare, l’ossessione per i miei spostamenti verso un’agognata – e per il momento introvabile – oasi di libertà è soltanto una distrazione, una sovrastruttura montata ad arte per distrarre il mondo dal vero massaggio, l’intrusivo strapotere americano che tutto scruta e controlla, violando garanzie costituzionali e protocolli internazionali. Ma una volta enunciato il principio, Snowden ha fatto di tutto per violarlo. E il mezzo è diventato il messaggio. L’ex contractor della Nsa si è spostato da Hong Kong a Mosca attivando l’inevitabile catena delle reazioni diplomatiche, ha invocato la potezione dello spione supremo, Julian Assange, a sua volta assetato di pubblicità dopo una lunga cattività nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra che ha prosciugato l’interesse globale per i suoi segreti. I dettagli della fuga, le speculazioni sulle prossime mosse e il lavorio del suo team legale sono oggetti più esplosivi delle rivelazioni che Guardian, Washington Post, e occasionalmente altri giornali internazionali, centellinano come si fa con le merci preziose.
L’indignazione dei paesi europei e di Bruxelles per le sedi diplomatiche tenute sotto osservazione dalle agenzie di Washington si è dileguata nello spazio di pochi giorni, rimpiazzata dall’esigenza di coltivare il bene superiore, l’alleanza transatlantica. Altri osservatori, non tenuti a una reazione formale secondo i protocolli diplomatici, hanno accolto le notizie con un’alzata di spalle: qual è la novità? Che gli stati raccolgono abitualmente informazioni anche sui propri alleati? Altro?
Anche il roboante giudice spagnolo Baltasar Garzón, protettore legale di Wikileaks, si è smarcato da Snowden, il quale in cambio – o per contrappasso – ha ottenuto la solidarietà di Antonio Ingroia, indignato per il dirottamento dell’aereo sul quale viaggiava il presidente della Bolivia, Evo Morales, “atto gravissimo di cui tutti dovremmo vergognarci”. Ingroia non ha dubbi: “Stiamo dalla parte di Morales e della disobbedienza civile di Snowden”. Ma anche le recriminazioni della Bolivia, che ha convocato un vertice sudamericano per affrontare la faccenda, sono legate più agli effetti del caso Snowden che ai contenuti svelati dallo spione. I nervi sono saltati dopo che Francia, Spagna, Portogallo e Italia hanno negato lo spazio aereo per il volo di stato che portava Morales da Mosca alla Bolivia (Madrid nega di avere diramato l’ordine), nel timore che sotto la protezione boliviana Snowden fosse sgusciato via dall’area di transito dell’aeroporto Sheremetyevo per infilarsi nell’aereo. Morales è atterrato a Vienna accompagnato dalle reazioni ufficiali dell’ambasciatore presso l’Onu e dell’Unione delle nazioni sudamericane. Il Perù, presidente di turno, ha parlato di un atto “ingiustificabile”. Snowden non è stato trovato a bordo e dopo una decina di ore Morales è ripartito promettendo ritorsioni che ancora una volta sono legate alle notizie di Snowden soltanto indirettamente.
Il soldato della libertà riceve dosi di solidarietà internazionale nalla misura in cui si presta a essere usato come strumento per una battaglia antiamericana che prescinde dai programmi di sorveglianza della Nsa. E’ un carro umano sul quale salgono con agili balzi i Morales e i Maduro, gli Assange e i Chomsky, gli intellettuali antagonisti e i membri del politburo cinese, le maschere di Anonymous e gli editorialisti di Repubblica, ma quando si tratta di offrire asilo politico a Snowden le ventuno nazioni che hanno ricevuto una richiesta formale si negano o traccheggiano spiegando che per poter accogliere l’alleato della libera informazione contro l’impero americano il suddetto deve trovarsi sul suolo del paese al quale si appella. Invece Snowden è bloccato in un aeroporto di Mosca con un passaporto che non vale nulla e la sua prigionia extraterritoriale è il correlativo geografico dell’isolamento politico che lo circonda, status certificato anche dal presidente russo Vladimir Putin, che gli ha promesso aiuto e accoglienza soltanto se smetterà di danneggiare gli Stati Uniti. Offesi, i legali della spia hanno ritirato la richiesta di asilo.
Le calcolate bizze dell’Eliseo
Si attendono le prossime mosse, naturalmente, ma la cifra dell’epopea snowdeniana è delineata. Ambiva a diventare l’araldo invisibile di verità scomode e autoevidenti, è diventato un attivista che scrive lettere pretenziose a Barack Obama per denunciare il trattamento disumano al quale è sottoposto. Dice che l’America lo considera un fantasma, una persona “stateless” che va eliminata in quanto usurpatore della ragion di stato, e allo stesso tempo accetta volentieri di essere trattato come una pedina inanimata dagli attori internazionali che incidentalmente ne condividono gli scopi. Senza contare le conseguenze delle informazioni vitali che, dice la Casa Bianca, certamente sono già finite nelle mani dei cinesi, i veri avversari della cyberguerra americana. Ciascuno usa Snowden per sostenere la propria causa, locale o globale che sia. La Germania, che pure non ha nascosto la propria rabbia per lo spionaggio ai danni dell’Europa, non vuole utilizzare l’incidente per congelare o compromettere le trattative sull’area di libero scambio fra Stati Uniti e Unione europea; la Francia di Hollande, che aveva già storto il naso di fronte a un accordo che minaccia certe logiche corporativistiche, sguazza nel gioco dell’indignazione internazionale. Ieri un portavoce dell’Eliseo ha detto che “sarebbe saggio rimandare i dialoghi di un paio di settimane per evitare controversie e avere il tempo di ottenere le informazioni che abbiamo chiesto”. Tutto ciò mentre il ministro inglese della Sicurezza, James Brokenshire, ribadiva che le informazioni dell’ex contractor “mettono a repentaglio la sicurezza e mettono in pericolo vite umane”. Snowden voleva che il messaggio prevalesse sul messaggero, voleva che verità e trasparenza cancellassero il peccato originale che dall’America si è insinuato nel mondo. Si è trovato invece a recitare la parte ingloriosa del traditore che all’occorrenza si trasforma in un utile ingranaggio per l’avanzamento di istanze altrui.
Le calcolate bizze dell’Eliseo
Si attendono le prossime mosse, naturalmente, ma la cifra dell’epopea snowdeniana è delineata. Ambiva a diventare l’araldo invisibile di verità scomode e autoevidenti, è diventato un attivista che scrive lettere pretenziose a Barack Obama per denunciare il trattamento disumano al quale è sottoposto. Dice che l’America lo considera un fantasma, una persona “stateless” che va eliminata in quanto usurpatore della ragion di stato, e allo stesso tempo accetta volentieri di essere trattato come una pedina inanimata dagli attori internazionali che incidentalmente ne condividono gli scopi. Senza contare le conseguenze delle informazioni vitali che, dice la Casa Bianca, certamente sono già finite nelle mani dei cinesi, i veri avversari della cyberguerra americana. Ciascuno usa Snowden per sostenere la propria causa, locale o globale che sia. La Germania, che pure non ha nascosto la propria rabbia per lo spionaggio ai danni dell’Europa, non vuole utilizzare l’incidente per congelare o compromettere le trattative sull’area di libero scambio fra Stati Uniti e Unione europea; la Francia di Hollande, che aveva già storto il naso di fronte a un accordo che minaccia certe logiche corporativistiche, sguazza nel gioco dell’indignazione internazionale. Ieri un portavoce dell’Eliseo ha detto che “sarebbe saggio rimandare i dialoghi di un paio di settimane per evitare controversie e avere il tempo di ottenere le informazioni che abbiamo chiesto”. Tutto ciò mentre il ministro inglese della Sicurezza, James Brokenshire, ribadiva che le informazioni dell’ex contractor “mettono a repentaglio la sicurezza e mettono in pericolo vite umane”. Snowden voleva che il messaggio prevalesse sul messaggero, voleva che verità e trasparenza cancellassero il peccato originale che dall’America si è insinuato nel mondo. Si è trovato invece a recitare la parte ingloriosa del traditore che all’occorrenza si trasforma in un utile ingranaggio per l’avanzamento di istanze altrui.